Intervista a Eleonora Todde

Ho conosciuto Eleonora Todde nel 2024 durante una mostra a Cagliari: presentava un'opera - Le parole di pietra - costituita da dieci parole scritte in alfabeto braille su pietra, dieci imperativi, ciascuno dei quali rappresenta un monito affinché non siano usate con troppa leggerezza nel momento in cui ci rivolgiamo agli altri, perché dobbiamo sempre considerare che hanno un peso: ecco perché sono lettere imprigionate nella materia.

Parole di pietra, 2010
creta e spilli

È con questa riflessione sulla forma che inizia la nostra intervista, mettetevi comodi.

“Inoltre, la forma supera sempre la funzione pratica delle cose trovando nella loro configurazione le qualità visive di rotondità e acutezza, forza e fragilità, armonia e discordia, e in tal modo le legge simbolicamente come immagini della condizione umana”.
Sulla Forma, Rudolf Arnheim in Arte e percezione visiva.

itriART: Vi è nella tua ricerca un’eco di questa visione, mi riferisco in particolare all’ossimoro tra armonia e discordia oppure cerchi più spontaneamente l’armonia? Come bilanci gli elementi che vanno a costituire la tua opera?

Eleonora Todde: Cerco piuttosto, in modo spontaneo, di tradurre i concetti in forma: attraverso volumi, materiali e colori. Non cerco l’armonia, se non è ciò che voglio esprimere; allo stesso modo, non cerco la tensione se non è ciò che sento necessario in quel momento. Non so nemmeno se cerco davvero un equilibrio. Se poi emerge, o se agli occhi degli altri il risultato appare equilibrato, tanto meglio.

Funzione e poesia sono fra le tue parole chiave, è con esse che, immagino, concepisci il design. In che punto si perde, si sfuma diciamo, il confine tra design e arte per te?

Forse sfuma nel momento in cui decido che la serie è limitata, o forse sfuma quando i miei pezzi vengono esposti più in contesti museali rispetto a quelli più commerciali.
Forse non sono nemmeno io a decidere, anche se può sembrare strano. 
Diciamo che esistono molti modi di intendere il design e, per me, oltre alla mera funzione, che deve essere assolta nella sua specificità, deve anche poter trasmettere un senso di appartenenza, incentivare una riflessione, non essere scontato al punto da essere facilmente sostituito. 
In questo senso, ambisce a farsi arte.

Fra i tuoi designer preferiti: cita 3 nomi.

Paolo Ulian, per la fortissima etica, Ettore Sottsass per i pensieri morbidi più che per le forme realizzate; Munari per la scintilla d’ironia.

Mentre l’oggetto di design più geniale della storia?

Double Match di Paolo Ulian, 2001. 
Per la semplicità disarmante che non significa ovvietà, intelligenza racchiusa in pochi centimetri, ottimizzazione dei materiali e, al contempo, lezione antispreco.

Paolo Ulian, Double Match Fiammiferi Modello anno 2001

E quello meno riuscito a tuo parere?

Non voglio sbilanciarmi, ma moltissimi oggetti a questo mondo non hanno ragione d’esistere.

Qual è il ricordo più antico che hai legato all’arte? Vorrei conoscere sia il momento in cui la hai sperimentata come osservatrice, “al di qua dell’opera”, sia il momento in cui ti sei trovata a pensare ad una tua primissima creazione.

Il ricordo più antico non saprei individuarlo, purtroppo ho una pessima memoria. 
Probabilmente dovrei ricordare qualcosa del Louvre, visitato a nove anni, e invece il ricordo più vivido è quello della serie Los Caprichos di Goya, vista dal vivo a Barcellona quando ne avevo diciotto. 
Più che le singole immagini, ricordo la sensazione che mi lasciarono: illuminanti.
È ancora più difficile pensare alla mia prima creazione. 
Disegno e “progetto” da quando ero bambina: immaginavo intere sfilate di abiti per mia madre e appendevo i figurini alle pareti del suo negozio. 
Poi ho iniziato a scrivere storie e a illustrarle; alle medie avevo persino un mio magazine segreto. 
Iscrivermi al liceo artistico, all’indirizzo di Grafica sperimentale, è stata quindi la naturale conseguenza di un’urgenza espressiva che avevo da sempre.
All’Accademia ho avuto modo di immaginare e realizzare tantissime creazioni — parecchie, a ripensarci, discutibili — ma è stata soprattutto l’occasione per liberarmi dal vincolo della bidimensionalità e iniziare a cercare lo spazio.
Tra le mie primissime creazioni possiamo annoverare Sette: uno specchio frantumato e poi riassemblato, i cui profili taglienti sono verniciati di rosso. 
Quando ci si contempla, la verniciatura non interrompe né scompone l’immagine riflessa; al contrario, il riflesso viene attraversato e sottolineato da linee rosse. 
Se penso invece all’arte, una delle prime opere che riconosco davvero come mia è Attrazione: un palloncino bianco gonfiato a elio, trattenuto a terra da un filo legato a un sasso. 
Attrazione, 2009

Sul soffitto, esattamente in corrispondenza del palloncino, uno spillo conficcato con la punta rivolta verso il basso, pronto a bucarlo qualora fosse riuscito a raggiungerlo. 
L’opera viveva di questa tensione: l’attrazione inevitabile tra la spinta verso l’alto del palloncino e lo spillo, sospeso come una minaccia, in apparente sfida alla gravità.

Hai mai avuto la sensazione che un tuo progetto abbia rappresentato un cambiamento netto o una svolta nella tua vita?

Trilogia, Spine senza rose, 2017

Credo che la serie Spine senza rose e Hula hoops abbia incarnato la mia maturità artistica.
Decoro Mediterraneo la mia maturità progettuale.

Decoro Mediterraneo 2017 - 2025
prima classificata di MATERIA 2025

Com’è organizzata la struttura operativa del tuo studio? Come prendono vita le alle tue opere?

Sono molto caotica e il mio processo non segue una vera e propria struttura operativa. Quando ho in mente un nuovo progetto, sento innanzitutto il bisogno di visualizzarlo: cerco quindi di tradurlo in primi schizzi a mano, per quanto approssimativi. Successivamente realizzo dei fotomontaggi, che mi aiutano a immaginare l’effetto finale, per poi passare al disegno tecnico, attraverso cui il pensiero comincia ad acquisire forma e concretezza. Alcuni prototipi li realizzo in autonomia, spesso in maniera piuttosto rudimentale; quando il progetto richiede competenze più specifiche, mi avvalgo di artigiani o professionisti specializzati nella tecnica esecutiva necessaria.

Quaderno di appunti

Sul processo creativo, che rapporto hai con esso? Come ti coinvolge, come lo attraversi o ti attraversa?

È un processo molto sofferto. Si passa dall’entusiasmo iniziale, quando è ancora solo un germoglio, alla depressione, quando ci si trova a fare i conti con vincoli tecnici o economici.
Ancora di più quando non si riesce a ottenere ciò che si aveva in mente o, ancora, ci si dispera perché non si sa come superare scogli legati alla sicurezza. 
Ma la magia di trovare una piccola soluzione durante il processo lo rende sempre entusiasmante.

Quali sono i tuoi progetti al momento e quelli futuri?

Ho due mostre tra ottobre e novembre, tuttavia i progetti del momento sono molto confusi. Spero di riuscire a realizzare presto qualcosa che indaghi sulle relazioni e il tempo, e anche qualcosa sull’innalzamento dei mari.

Sulla relazione tra il gioco e l’artista, ma anche tra di esso e le persone comuni, coloro che artisti non sono, cosa pensi?

Il gioco è la forma più bella di apprendimento e di unione tra esseri viventi, artisti e non!

L’ultima mostra che hai visitato.

A Cagliari, presso Galleria Siotto, precedentemente, la Biennale d’arte a Ulassai.

Cosa ti piace di più, in assoluto, dell’arte?

Come mi fa sentire. A mio agio e curiosa. Come una bambina tra i campi.

Cosa non ti piace affatto?

Il relegare tutto al solo aspetto visivo anche se è parte attiva. Ho bisogno ci sia di più. Un oltre che posso indagare, apprendere, fare mio.

Sull’Intelligenza Artificiale. Che impatto ha già dimostrato sull’arte e cosa intuisci che possa accadere da qui ad un futuro anche piuttosto prossimo?

In Design and the Elastic Mind, mostra curata da Paola Antonelli al MoMA di New York nel 2008, era esposta Victimless Leather di Oron Catts e Ionat Zurr: una minuscola giacca realizzata con cellule coltivate in vitro e mantenuta “in vita” all’interno di un bioreattore. Quando la crescita delle cellule divenne incontrollabile, si decise di spegnere il sistema che le alimentava, decretando di fatto la “morte” dell’opera. Un gesto che sollevò immediatamente interrogativi sulla sua liceità e sui confini della nostra responsabilità.
Credo che l’intelligenza artificiale ci ponga di fronte a qualcosa di simile: ci costringe continuamente a interrogarci su ciò che sia giusto fare, su dove porre dei limiti e su quale sia la nostra responsabilità. È proprio da questi interrogativi che nasce un dibattito che ritengo fertile e necessario per costruire il futuro, seppur distopico, anche nell’arte.

C’è una domanda che non ti ho fatto e a cui vorresti dare una risposta?

Più di una. Quali sono i miei artisti preferiti, Come mi immagino tra 6 anni, (mi avevano fatto la domanda come ti immagini tra vent’anni, ora ne mancano 6 e la mia risposta sarebbe diversa), quale opera avresti voluto realizzare tu, pensi che i tuoi lavori sfideranno il tempo, se avessi risorse illimitate che opera realizzeresti. 
Proverò a rispondere brevemente a tutto. 
Gli artisti preferiti sono Felix Gonzales Torres, Bas Jan Ader, uno studente sconosciuto dell’Accademia di Brera, Alberto Garutti. 
Ma per l’infatuazione di una singola opera potrei dire numerosi artisti. 
Tra sei anni mi immagino ancora alla ricerca di qualcosa, che forse non troverò mai. 
Non so dove sarò fisicamente, geograficamente, da questo punto di vista le certezze vacillano, ma con la mente, sarò certamente sempre molto lontano. 
Avrei voluto realizzare Untitled (Portrait of Ross in L.A.), creata nel 1991 da Felix Gonzales Torres. L’opera più struggente della storia dell’arte.

Felix Gonzalez -Torres, “Untitled” (Portrait of Ross in L.A.), 1991

I miei lavori mi sopravviveranno. È una certezza, o meglio, mi adopererò affinché accada. 
Se avessi risorse illimitate mi dedicherei - anche- alla bioarte.

P.s.: Lo so, questa è un po’ più banale, ma non lo è per me: mi dici qual è il tuo colore preferito? :)

Forse amo il celeste del cielo e del mare, ma solo lì.
Il nero per me, per confondermi.
Il bianco per illuminare gli spazi.


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