Intervista a Valegnameria - Valentina Musiu
È fine agosto del 2026, viviamo strani giorni, come cantava Battiato, senza la frescura del punto di rugiada, è un caldo malato ed il cielo è spesso bianco e "non si sfoga".
Si avverte intensa la voglia di colore ed è anche per questo che contatto Valentina Musiu, alias Valegnameria, la cui arte è colore, per chiederle se vuol rilasciarmi un'intervista.
Io credo, infatti, che tra i due estremi, tra il colore ed il bianco-vuoto, l'uomo una scelta liberissima la possa sempre fare: scegliere di trovarsi quella bellezza più grande.
Di pensare all'Arte.
Di fantasticare, sull'Arte.
Di chiedersi anche "come farò a continuare a realizzare la mia Arte, se le mani non mi rispondono più, se sto male?"
| Valentina Musiu ed il suo valegnameria agosto 2026 in uno scatto di itriART nel suo lab a Olia Speciosa |
La nostra intervista inizia qui: godetevela tutta.
itriART: Ho trovato una riflessione del poeta Luigi Santucci, dice “il legno è materia nobile e strana, non è più terra e carne non è ancora; è come il latte che non è sangue, ma è già più che acqua”.
In essa si scorge una materia che “passa” da un livello all’altro. Quanto è importante questo per il tuo lavoro?
Valegnameria: Per me il legno è una materia che si trasforma attraverso diversi livelli, un passaggio che ho percepito soprattutto nel mio modo di approcciarmi ad esso.
Ho iniziato come restauratrice, dedicando la prima fase del mio percorso a ricostruire ciò che altri avevano creato.
Successivamente, attraverso la falegnameria, ho riscoperto la bellezza di partire dal pezzo grezzo per realizzare da zero un oggetto finito.
Ora sta arrivando un livello ancora successivo: prendere gli scarti di lavorazioni precedenti per dare loro un nuovo senso.
Non si tratta di costruire un mobile tradizionale, ma di tagliare e incastrare i pezzi secondo la mia visione, scomponendo le forme in geometrie personali.
È come se l'evoluzione del legno raccontasse anche la mia: sono partita dal ricostruire, ho imparato a creare e infine ho superato i canoni della falegnameria classica per dar vita a uno stile interamente mio, frutto di una scomposizione concettuale e mentale.
Il tuo primo Valegnameria dovrebbe essere la lingua dei Rolling Stones, era il 7 aprile del 2015.
Come ritieni si sia evoluto il tuo stile in questo prolifico decennio fatto di colore, forma e picchi di genialità?
Il mio primo lavoro in legno — che descrivo sempre paragonandolo alla celebre lingua dei Rolling Stones — nasceva già con l'idea di far sporgere alcuni elementi dal piano. All'epoca, però, il mio percorso era ancora agli inizi e tendevo a copiare: dal 2015 al 2017 prendevo immagini esistenti e le rielaboravo per dare un senso di tridimensionalità.
Se ad esempio realizzavo un marinaio, il cappello era in rilievo, ma le linee non erano farina del mio sacco e le forme risultavano prevalentemente tondeggianti.
La svolta è arrivata nel 2017. Durante una forte crisi personale, dettata anche dalla frustrazione di non riuscire a trovare una mia identità artistica, ho avuto l'intuizione di passare a forme più semplici e geometriche: i triangoli, che tra l'altro erano molto più facili da tagliare nel legno.
È da lì che è nata la linea Gentixedda, basata sulla scelta di sintetizzare e tradurre ogni immagine attraverso gli spigoli.
Oggi sto riassaporando l'uso delle linee curve, sia per un'evoluzione personale sia grazie all'introduzione di nuovi strumenti, come il taglio laser, che mi facilita il lavoro sui dettagli più piccoli.
Guardando indietro a questi dieci anni, spero che la mia impronta rimanga sempre riconoscibile, ma sono davvero felice di come il mio stile sia riuscito a cambiare e a crescere nel tempo.
Nei tuoi ritratti hai omaggiato e consegnato personalmente le tue opere ad artisti illustri quali Vinicio Capossela, Gianni Morandi… Ve ne sono altri che non ho menzionato? Se sì, di chi ameresti raccontarmi?
Sì, ho consegnato le mie opere, e ne hanno consegnate da parte mia anche a Manuel Agnelli e ad altri artisti che però conosco meno. Adesso magari non mi vengono in mente tutti...
Più che la consegna in sé agli artisti — a parte Morandi che è gentilissimo e ogni tanto ripubblica i miei post —, la cosa davvero bella è darle a persone che ci tengono tanto.
A una certa era non ci si mette più il poster in camera, quindi offrire la possibilità di avere un'icona del proprio cantante o personaggio preferito attraverso un'opera in legno — un vero e proprio oggetto d'arte — e vedere la loro felicità è fantastico.
Da poco ho realizzato un ritratto di Alessandro Manzoni per un cliente che ne è appassionato e voleva il suo volto in casa.
Alla fine, più che pensare a chi vorrei ritrarre, mi piace scoprire la stravaganza e gli interessi particolari delle persone: gusti unici, passione per certi personaggi o scrittori.
Trovo bellissimo il fatto che desiderino il loro mito scolpito nel legno e che siano disposti a investire per averlo.
Ho persino un cliente che possiede già 10 miei Maradona diversi... Ed è davvero meraviglioso.
C’è un artista non più vivente a cui avresti voluto consegnare il suo valegnameria?
Il personaggio non più in vita a cui avrei voluto preparare un valegnameria è sicuramente Philippe Daverio.
Ho avuto la possibilità di conoscerlo durante una mostra e mi aveva fatto un bel complimento: mi disse che ero una pazza, come tanti sardi, ed era stato davvero molto simpatico.
Multistrato e geometria sono fra le tue parole chiave. Qual è il significato di questi concetti e perché sono così importanti per te?
Il multistrato è un materiale fondamentale perché oggi rappresenta l'opzione più economica e facile da reperire per i miei lavori, anche se sta progressivamente perdendo di qualità: dopo la crisi del COVID, infatti, trovare legno davvero buono è diventato molto più difficile.
La parola "geometria", invece, è sicuramente centrale in tutto il mondo della valegnameria: ogni progetto nasce da lì, dal ridurre tutto a essenza e linee pulite, eliminando gli eccessi e smussando ciò che risulta ingombrante.
Inizialmente, la geometria mi ha aiutato a rappresentare cose che non pensavo nemmeno di saper disegnare senza doverle copiare: svuotarle dai ghirigori e dai fronzoli mi ha permesso di acquisire maggiore fiducia in me stessa.
La classifica (se c’è) dei tuoi generi d’arte preferiti (pittura, scultura, musica, cinema, performance, etc…) e se uno più degli altri ti ispira.
I miei generi preferiti sono quasi tutti quelli legati alle avanguardie, dove si mette al centro un'idea prima ancora dell'importanza del tratto.
Ma questo non mi impedisce di amare anche la prospettiva di Piero della Francesca e il buio di Caravaggio, ma è sicuramente Depero il personaggio che mi assomiglia di più.
Non amo invece il realismo, forse perché lo trovo tanto difficile quanto noioso: descrivere, creare e modificare qualcosa che non esiste è per me molto più entusiasmante.
Musicalmente sono più legata al garage, al punk e al rock 'n' roll, anche se andrei volentieri a vedere un concerto di Max Pezzali.
Per quanto riguarda il cinema, spazio dal Gabinetto del dottor Caligari fino alle ambientazioni di Wes Anderson: amo tutti quei film che, oltre alla trama, danno un'enorme importanza alla scenografia, come Suspiria di Dario Argento, fino ad arrivare alla decadenza del cinema russo.
In ogni caso, mi rende impossibile stilare una vera e propria classifica: i miei gusti variano continuamente, guidati e influenzati dai miei stati d'animo.
Qual è il ricordo più antico che hai legato all’arte? Vorrei conoscere sia il momento in cui la hai sperimentata come osservatrice, “al di qua dell’opera”, sia il momento in cui ti sei trovata a pensare ad una tua primissima creazione.
Non ricordo il momento esatto in cui ho capito di voler fare arte: forse l'ho sempre saputo, ma per i tempi di allora i miei genitori non erano favorevoli.
Ho lottato per frequentare il liceo artistico, ma alla fine ho studiato ragioneria.
So però di averci messo tanto tempo per essere fiera di ciò che faccio, per riuscire a guardare i miei oggetti e riconoscerci dentro qualcosa che non c'era da nessun'altra parte; in sostanza, per trovare il mio personale modo di esprimermi.
Ero troppo presa a cercare la perfezione, senza considerare la bellezza della diversità.
Eppure l'arte mi ha sempre toccato da vicino: mi sono emozionata spesso davanti a certe opere, come il Cristo morto di Mantegna o quando ho visto dal vivo il vero celeste nei quadri di Van Gogh.
D'altronde, vedere l'arte dal vivo è tutta un'altra cosa.
Ed è una sensazione bellissima quando questa stessa osservazione la fanno per i miei lavori: quando le persone capiscono i giochi di livelli che creo, quando dal vivo colgono il movimento e comprendono che non si tratta di semplici figure geometriche incastrate tra loro, ma che c'è una precisa logica nel decidere lo spessore del legno, per avvicinare l'immagine a una sorta di tridimensionalità.
Com’è organizzata la struttura operativa del tuo studio? Come prendono vita le tue opere ed i tuoi bozzetti?
Anche la struttura organizzativa del mio lavoro è cambiata insieme al mio stile.
Prima avevo bisogno di un'immagine che poi la mia testa divideva in linee, ed ero molto legata al disegno attraverso i programmi di grafica.
Adesso invece, soprattutto per i pezzi che finalmente raccontano di me e della mia famiglia, gli schizzi nascono quasi sempre su un'agenda: magari seduta sul divano, o a volte a letto, al punto che mi tocca alzarmi per fare almeno un appunto sull'idea.
Poi faccio una foto al disegno e ci lavoro al PC.
Ed è lì che inizia la parte più difficile: capire come realizzarlo, dare a ogni pezzo il suo livello, fare in modo che ci sia sempre movimento e che la percezione della profondità non vada persa.
A volte mi sembra quasi di non riuscire ad arrivare al risultato. Poi, però, trovo il ritmo giusto e mi gaso tantissimo: arrivo a portare a termine lavori lunghissimi in pochissimo tempo, semplicemente perché finché non vedo il risultato finale non sono felice.
Sul processo creativo, che rapporto hai con esso? Come ti coinvolge, come lo attraversi o ti attraversa?
Il mio processo creativo passa attraverso varie fasi: dall'idea iniziale al progetto finale non posso pensare soltanto a ciò che voglio rappresentare, ma devo considerare anche come costruirlo e, soprattutto, come disegnarlo affinché tutti i pezzi combacino perfettamente tra loro.
Molto spesso parto da un'idea ricca di mille sfumature, ma devo cercare di sintetizzarla e togliere il più possibile per non caricare troppo l'opera.
È un eccesso che non mi piace e che non rappresenterebbe il mio stile.
A volte ho in mente immagini che dal punto di vista pittorico sarebbero facilissime da realizzare, ma che poi — pensando al taglio del legno e alla resa del disegno — devo inevitabilmente ridimensionare.
La sintesi è sicuramente un elemento che mi caratterizza, anche se a volte mi taglia le ali.
Questo percorso mi attraversa prima dal punto di vista mentale e poi tecnico: c'è l'idea iniziale, lo scatto, lo spunto; poi inizio a rifletterci e devo ridurla per poterla concretizzare.
Non si può caricare troppo il legno, altrimenti l'opera diventerebbe enorme.
Mi piacerebbe realizzarne di più grandi, ma mi rendo conto che risulterebbero più complesse, massicce e costose; anche se, prima o poi, lo farò.
Alla fine si tratta di un continuo equilibrio tra l'economia del legno — dato che lavorando spesso con gli scarti non sempre trovo pezzi grandi — e l'economia delle linee.
Tutta questa sintesi è una ricerca costante per non perdere, in ogni caso, il mio tratto distintivo.
Hai studiato Beni Culturali e iniziato la tua esperienza di restauratrice edile tra Venezia e Bologna. Nel momento però in cui sei entrata in un laboratorio di falegnameria te ne sei innamorata.
Raccontami questo momento.
La prima volta che sono entrata in una falegnameria è stata per colpa del terremoto del 2012 a Bologna.
All'epoca ero una restauratrice edile, con un'assicurazione che copriva solo fino a un metro e venti di altezza, mentre il mio cantiere si trovava al quarto piano di un palazzo.
Così mi mandarono all'Atanor, un centro di falegnameria e restauro, e lì ho iniziato a restaurare i putti di una chiesa: una cosa che in realtà avevo sempre desiderato fare — lavorare sulle statue dei santi — ma di cui mi ero dimenticata.
I miei colleghi continuavano a elogiare il mondo del restauro edile, con i suoi continui cambi di cantiere e di materiali.
Io, invece, da quel momento ho capito che il calore e l'ordine di un laboratorio erano molto più affini al mio modo ordinato di lavorare: il rimettere gli arnesi sempre nello stesso posto, l'odore del legno e delle vernici mi hanno conquistata subito.
Da lì a poco, complice la seconda scossa, ho avuto l'opportunità di innamorarmi dei portoni storici, del legno e delle sue diverse sfumature.
Hai un laboratorio ad Olia Speciosa in Sardegna e, dal 2021 uno a Roma, l’Anonima Macchinette, continui a lavorare in entrambi?
Ho due laboratori diversi: uno è attaccato a casa, nella vecchia cantina dei miei nonni, dove prendo il caffè da sola e seguo ritmi di lavoro molto liberi, spesso dettati dal caldo o dal freddo.
A Roma, invece, condivido il laboratorio con altre undici persone, tutte con lavori, provenienze e ritmi differenti.
Lì sono molto più meticolosa: esco di casa ogni giorno alle 9 e non rientro finché non ho finito, quasi sempre verso le 17.
È un modo di lavorare quasi "d'ufficio" — una definizione che di per sé non mi fa impazzire, ma che racchiude molti lati positivi: è un lavoro continuamente influenzato dai colleghi, dalle pause caffè e dal tragitto in bicicletta per arrivarci; inoltre, è sicuramente più facile da lasciarsi alle spalle quando si chiude la serranda.
Anche se, si sa, con la partita IVA il lavoro finiamo spesso per portarlo a casa comunque.
Se devi scegliere due momenti della tua vita artistica, quali sono i più significativi?
I due momenti più significativi del mio percorso sono stati sicuramente questi:
- Il primo è stato quando ho rinunciato alla possibilità di collaborare con una curatrice d'arte durante una mostra a Milano: il racconto forzato costruito attorno al mio lavoro, il dovermi atteggiare da artista, il dover trovare a tutti i costi un senso concettuale a quello che creavo.
Diventare una persona diversa da quello che ero, solo per compiacere il "buon salotto" dell'arte, mi ha fatta scappare da quel mondo e forse anche da un ipotetico successo, ma mi ha resa senza dubbio più autentica rispetto a quell'ambiente.
- Il secondo momento è legato al primo quadro che raccontava davvero di me e della mia storia.
Una storia che all'inizio pensavo potesse non interessare a nessuno, ma che invece è ancora lì, esposta, a raccontare di mia nonna, di chi era e di quello che, in fondo, sono anch'io.
Quali sono i tuoi progetti al momento e quelli futuri?
I miei progetti futuri, per il momento, si riassumono nel sopravvivere, nel non farmi sopraffare dal dolore e dallo sconforto.
È un momento molto delicato per la mia salute e per le mie articolazioni, soprattutto per le mie mani — un soggetto che rappresento spesso nelle mie opere.
A causa della mia malattia, ho sempre saputo che prima o poi avrebbero potuto entrare in crisi, e quel momento purtroppo è arrivato.
Ora devo capire come superarlo: capire se questa situazione diventerà una spinta aggiuntiva per continuare il mio percorso oppure un freno.
Per ora sono ferma, ma soltanto perché ho bisogno di fermarmi un attimo per potermi riprendere e in qualche modo ripartire.
L’ultima mostra che hai visitato.
L'ultima mostra che ho visto è stata quella sul fumettista Pazienza.
Tra parentesi, in passato ho frequentato un corso di fumetto e per un periodo ero persino convinta di voler lavorare in quel campo, ma anche lì non riuscivo a trovare fino in fondo il mio modo di esprimermi.
Ho trovato la mostra davvero bella perché, oltre alle tavole, c'erano le sue lettere ai genitori, la descrizione dei suoi mostri e del suo intimo: è stata un'esposizione molto personale, capace di avvicinarti davvero all'artista, diversa dal solito.
Cosa cerchi negli altri artisti?
Non so bene cosa cerco negli artisti: di solito mi stupiscono i colori delle opere, le linee spesse, la visione di un mondo che non è reale.
Amo l'originalità e mi piace chi riesce a colorare le cose con tonalità non reali.
Soprattutto, mi piace trovare un senso in quello che fanno, senza scavare troppo a fondo ma senza fermarmi alla pura estetica.
Hai “valegnamerizzato” molte opere d’arte: Amore e Psiche di Canova, Il bacio di Klimt, il volto della Venere di Botticelli, il Ritratto di Sylvia Von Harden di Otto Dix, Medusa di Caravaggio, solo per citarne alcune.
Quando è nato questo filone sulle tracce delle grandi opere? Cosa hai scoperto indagandole col tuo nuovo linguaggio grafico?
La serie delle grandi opere di Valegnameria nasce durante il periodo del Covid.
Erano giornate strane, è stato un periodo veramente particolare in cui avevo bisogno di scandire il tempo. Per questo ho deciso di dedicarmi ogni giorno a un'opera diversa.
All'inizio non sceglievo i quadri tanto per la loro storia, ma per come potevo trasformarli nella grafica tipica di Valegnameria solo guardandoli.
Ciò che ho scoperto dopo, però, è stata la storia dietro a molte opere che avevo sempre conosciuto senza saperne esattamente il significato.
È stata una scoperta per le persone che mi hanno seguito in quei giorni, ma anche e soprattutto per me.
Penso ad esempio al ritratto della giornalista Sylvia von Harden di Otto Dix: pur avendolo visto dal vivo, non sapevo bene cosa raccontasse.
È stato un modo per passare il tempo, ma anche per imparare cose nuove.
Dal punto di vista tecnico, poi, la Medusa è stato uno dei quadri più difficili della mia vita.
Ho dovuto rifarlo due volte e ancora oggi lo ricordo come un grandissimo rompicapo, soprattutto perché i serpenti uscivano in una dimensione quasi tridimensionale dall'opera.
Restando sulle grandi opere del passato, ricordo durante una tua mostra a Cagliari, che mi parlasti di quanto ti coinvolse Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, a cui verrà dedicata un’importante mostra a Firenze dal 21 ottobre 2026 al 4 aprile 2027. Chi è per te Artemisia?
Per quanto riguarda Artemisia Gentileschi, stimo moltissimo sia la sua storia personale che il suo talento artistico.
Ho riprodotto un suo quadro e ce l'ho appeso a casa: credo che in quell'opera ci sia, più di ogni altra, l'essenza di Valegnamaria.
La mostra che ci sarà a Firenze io l'ho già vista a Roma anni fa. È stata bellissima: nonostante il Seicento non sia uno dei miei periodi storici preferiti, Artemisia resta sempre una grandissima donna con ancora tantissimo da dire.
Se ne vuoi parlare, so che stai attraversando un momento difficile della tua vita. Come influenza il tuo lavoro d’arte?
Quando nel 2004 ho scoperto di avere il lupus, era una malattia all'epoca quasi sconosciuta, e una delle cose che avrebbe potuto colpire erano proprio le mani.
Tutti i medici mi hanno sconsigliato di fare un lavoro come quello che desideravo, ovvero la restauratrice o comunque un'attività che implicasse un uso manuale costante.
Negli anni ho cercato quindi di dedicarmi alla fotografia, all'università e ad altre cose legate all'arte, ma che non richiedessero un impegno fisico per le mani.
Dopo la morte di mio padre, però, è scattato qualcosa dentro di me: ho capito che non c'è tempo per pensare a cosa sia giusto o sbagliato, né per preoccuparsi di problemi che potrebbero presentarsi in futuro.
Così ho iniziato a lavorare come restauratrice edile, per poi passare al restauro ligneo e infine alla falegnameria.
In pratica, un uso costante delle mani; del resto, faccio cose con le mani anche al di fuori del lavoro, pur non definendomi una persona che ama a tutti i costi il lavoro manuale.
In questi oltre vent'anni di convivenza con il lupus, la malattia mi ha fermata varie volte, ma mai come quest'anno.
È stata sicuramente la riacutizzazione più potente di sempre, soprattutto perché, oltre alle mani, ha bloccato le articolazioni in generale, come ginocchia e piedi.
A volte mi sembrava persino di non riuscire ad appoggiare i piedi, come se le ossa dovessero spezzarsi.
È stata un'estate davvero tosta, anche perché i problemi ci sono ancora; non perché io non mi curi — mi tengo sempre sotto controllo — ma perché la malattia a volte non si ferma.
Per la prima volta mi sono chiesta: Cosa faccio? Cosa faccio se devo fermarmi? Se si bloccano le mani, come posso portare avanti questo progetto senza il loro uso?
Non mi sono ancora data una vera risposta.
Sto provando a pensare a dei laboratori, a qualcosa di più teorico, ma il mio obiettivo principale rimane trovare un modo per tenere di nuovo a freno la malattia.
Quest'estate ho cercato di staccare con la testa e di allontanare lo stress, ricordando a me stessa quanto ami il mio lavoro e ciò che faccio.
Molto spesso lavoro anche convivendo con il dolore, ma devo dire la verità: quando lavoro, il dolore un po' passa, un po' non ci penso, e alla fine va bene così.
A settembre ricomincia l'anno lavorativo e dovrò riorganizzarmi, ma è una cosa che non mi spaventa: a 46 anni mi sono già riorganizzata tante volte nella vita.
Devo solo trovare un altro modo di esprimermi, perché di fermarmi non se ne parla.
Sull’Intelligenza Artificiale. Che impatto ha già dimostrato sull’arte e cosa intuisci che possa accadere da qui ad un futuro anche piuttosto prossimo?
Sull'intelligenza artificiale, sinceramente, vivo un rapporto di odio e amore.
Devo dire che la uso molto spesso per correggere i testi, anche perché sono dislessica. Il nome "Valegnamaria", infatti, nasce proprio dall'ironia su questo tema: ho sempre confuso la V con la F o la C con la D.
È un tratto che a volte mi porto ancora addosso; ho il certificato di dislessica e per me scrivere non è sempre facile, quindi sotto questo punto di vista trovo l'IA davvero utilissima.
Ciò che non mi piace, invece, è il suo modo di completare le frasi: lo trovo sempre irreale.
Ma soprattutto mi dà un fastidio tremendo vedere le nuove grafiche di qualsiasi evento create con l'intelligenza artificiale, perché risulta tutto piatto e uguale.
Credo che l'IA possa avere tantissimi scopi nobili e utili, dalla medicina all'automazione, ma spero con tutto il cuore che nell'arte non prenda mai il sopravvento.
C’è una domanda che non ti ho fatto e a cui vorresti dare una risposta?
Ogni tanto mi chiedono perché io sia un po' tagliata fuori dal mondo artistico e artigianale della Sardegna.
Di solito non so bene cosa rispondere. A volte penso di non essere abbastanza brava, a volte di essere troppo moderna.


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